
Svecchiare le università italiane? A quanto pare nulla di più arduo si può chiedere in Italia. L’età media dei professori ordinari è di 58,7 anni, stabile rispetto a otto anni fa; quella degli associati è di 52 anni, stabile anch’essa; l’età media dei ricercatori è di 45 anni, in aumento di circa un anno rispetto al 1998.
Anzitutto bisogna stabilire se, quando e quanto la demografia del personale docente può influire sulla qualità formativa degli studenti della nuova generazione. L’equazione non è totalmente generalizzabile in quanto a seconda del contesto culturale in cui si opera, dell’attività del docente fuori dall’ambiente universitario, della personale propensione al sistematico aggiornamento, si determina una scala di valori di cui in certa misura bisogna pur tener conto. Nonostante ciò è innegabile che la velocità del continuo mutare della società contemporanea, veicolata dall’esponenziale sviluppo di tecnologia a tutti i livelli, edifica un ambiente all’interno del quale le nuove generazioni - che vivono tali mutamenti sulla base dell’esperienza quotidiana personale – risultano indubbiamente le più propense a ricevere i nuovi stimoli ed a traslarli in validi campi di ricerca.
Proiettando simili osservazioni sul campo più ristretto dell’architettura, ci chiediamo come possono professori di veneranda età e, nel migliore dei casi, di stimatissima cultura, insegnare una disciplina progettuale che attualmente si basa su fenomeni, tecniche, e cultura, totalmente rivoluzionati rispetto a soli venti anni fa. In particolare l’uso delle tecnologie informatiche, che i nostri cari professori non posseggono neanche in minima misura. Ridicoli fino al punto di mostrare vivo entusiasmo verso le potenzialità di presentazione di un powerpoint, ignorando qualsiasi nozione di modellazione tridimensionale, che sempre più prepotentemente gestisce ed indirizza la progettazione. Lontani dalle contemporanee logiche di mercato che influiscono più di ogni altro fattore sul prodotto finale. Lontani anche dall’esperienza di cantiere che sovente caratterizza la stragrande maggioranza dei professori di progettazione che da decenni non mettono su un mattone. Per non parlare poi della comune repulsione nei confronti delle ricerche contemporanee, cosi lontane dai loro presupposti formativi, obsoleti ed inadeguati alla ricerca attuale. Bisogna ritenersi fortunati se i riferimenti giungono fino a Mies e Le Corbusier, in ogni caso sempre non oltre la seconda guerra mondiale.
Interessi corporativi, sistemi di reclutamento e pressoché nulla competizione, impediscono a tutti i livelli lo scambio generazionale, l’agognato passaggio del testimone, lasciando le nostre facoltà - quelle per cui noi paghiamo salatissime tasse in cerca di un adeguata preparazione – nelle mani di mestieranti parolieri che tengono alla poltrona più di una dignitosa pensione.
Il fenomeno è sotto gli occhi di tutti, ma il potere è difficile da affrontare a viso aperto. Detiene le chiavi del palazzo, prepotentemente armato contro eventuali attacchi esterni. Paradossalmente appare più semplice tentare di scalare posizioni, di mirare ad una poltrona partendo dal basso, che quando faticosamente raggiunta deve essere a sua volta difesa. Nell’Olimpo della cultura architettonica italiana non sono ammesse intrusioni sgradite che minerebbero la compattezza interna. Nel limbo si agitano malumori e velati dissensi, incapaci di organizzarsi in caparbia resistenza. E fino a quando l’un per cento dei docenti universitari ha meno di trent’anni, e il 16,5 per cento ne ha meno di quaranta, la repressione accademica può legittimamente affidarsi alla maggioranza in forza.
By Luigi Moffa
Fonte dei dati: Cnvsu, Indagine del Il Sole-24 Ore, del 28 aprile 2007. Università da rinnovare. Opportunità e resistenze
_post precedenti:
2 commenti:
Salto le premesse (mi perdonerete, ma sono in onore al rasoio di Occam) e faccio nota di una cosa: a mio modesto avviso non occorre dare tanta attenzione sul "mezzo"; nel senso, le tecnologie informatiche sono uno degli strumenti (o oso dire anche piuttosto mediati, quindi causa di potenziale frammentazione della comunicazione) caratteristici di questo tempo, e non c'è molto da stupirsi se la maggior parte dei nostri antidiluviani (che ahimè, appartengono ad esso attraverso un'età in cui l'identità è già bella e segnata) alle cattedre non ne facciano un utilizzo smodato.
A me sembra che fino a qualche decennio fa la esiguità degli strumenti a disposizione dell'insegnamento non influissero sulla sua efficacia; in fondo è solo ua questione di adattamento ai mezzi...e non a caso proprio a Vallegiulia qualche settimana fa un certo Michetti si è pronunciato con toni tutt'alto che superficiali contro i calcolatori. Ma questo può essere prettamente soggettivo (e di certo egli non fa parte del 16,5 per cento under quaranta); per cui, lungi dal voler passare per un nostalgico (non ho l'età) dico semplicemente che il ricambio generazionale ha la sua ragione di essere soprattutto per motivi fisiologici, pena, oltre che la condanna ad una cattiva formazione per motivi logistici che conosciamo, la perdita inestimabile del punto di vista di una generazione sicuramente più direttamente coinvolta con quella studentesca, che quindi a sua volta procederà per "salti", in vece di alcune meccaniche che poco hanno da spartire con la vita universitaria, ma forse anche con quella umana in senso più lato...
Ritengo l'università italiana il principale ente mafioso esistente in italia. Io abbetterei tutto e lo rifarei da capo. Ci vorrebbe meritocrazia, vero interesse per le materie, esperienze sul campo di tutti i docenti, ricerche e sperimentazioni vere... Non invidio chi ancora frequenta l'università!
Posta un commento